martedì 5 gennaio 2010

Il peluche con la kefiah

In questo post mi prenderò una pausa da scempi e disastri e parlerò di un ex-emplare decente. Perchè qualcuno lo è stato altrimenti avrei finito col prendere i voti.
Anzi, più che decente devo dire che era proprio per bene, quindi non lo prenderò in giro perchè non se lo merita.
Davvero: questo ragazzo era una personcina a posto. Suo malgrado. Già, perché l’ex-emplare di cui sopra avrebbe preferito di gran lunga sembrare un temibile individuo, ma proprio non gli riusciva. Mi spiego meglio. Veniva dall’Israele ed era un arabo-palestinese. Non era in Italia per dirottare aerei, ma per studiare e laurearsi. A dispetto di ogni possibile pregiudizio, era l’essere più innocuo di questo mondo, ma la cosa lo faceva incazzare come una biscia.

Tanto per cominciare la statura non proprio svettante e gli occhialini tondi incidevano negativamente sul physique du role. E poi i modi garbati, la serietà e una grande timidezza ne facevano una persona schifosamente per bene. Lui ci provava in ogni modo a sembrare un losco, ma se le vecchiette gli chiedevano puntualmente una mano ad attraversare la strada, qualcosa non andava.
Ad ogni modo lo ripeto: questo ex-emplare era una brava persona, quindi non ho intenzione di prenderlo in giro.
Dirò solo che il poverino era la vergogna del gruppo di studenti suoi connazionali. Non che loro fossero terroristi in incognito, non credo almeno, ma il loro aspetto era molto più simile all’idea che uno può avere di un palestinese. Tutti alti, soprabiti in pelle nera, occhiali da sole scuri e barba di due giorni. Quando camminavano insieme per i corridoi dell’università facevano un certo effetto. Però poi seguiva in coda il mio peluche con la kefiah, e l’effetto svaniva.

Una mia amica – persona esuberante, stile no-global, vagamente comunistoide, ma soprattutto sciroccata persa – volle assolutamente conoscerlo.
“Fiiigo! Ti sei messa con un palestinese! Grannnde. L’ho sempre detto che sei una tosta.”
Io provai ad avvertirla: “Vedi che è uno del tutto normale.”
“Un palestinese non può essere normale. Ogni palestinese ha nello sguardo il fuoco, la lotta, la disperazione di un popolo privato della propria terra, la storia di un’ingiustizia che per secoli…”
“No guarda, sei fuori strada…”
“Avanti, avanti! Conosciamo questo compagno!”
???
Quando il compagno arrivò io li presentai scettica.
La mia amica rimase interdetta. Si aspettava un guerrigliero con mitra in spalla e invece si trovò davanti il Puffo Quattrocchi.
Lo scrutò più a fondo alla ricerca del nume di Arafat. Macchè.
Lui si accartocciò su se stesso. Cercai di ravvivare la conversazione, ma l’arabo sembrava un televisore con l’audio rotto. Muoveva le labbra ma non si sentiva niente di niente. La mia amica gli fece un paio di domande a sfondo politico, poi si spazientì e sbottò: “Uè, ma che dici, non ti sento?!”. La situazione tracollò. Il poverino si fece rosso, sbarrò gli occhi e…orrore: mi parlò all’orecchio. Volevo morire, era dai tempi dell’asilo che non mi capitava.
Lui mi farfugliò qualcosa, ma afferrai solo “questa bazza”. Pazza. La “p” proprio non gli riusciva.
La tipa era definitivamente contrariata. Presi in pugno la situazione e dissi “Ok, dobbiamo andare”. Spinsi un po’più in là il fratello scemo di Bin Laden e gli intimai di avviarsi in biblioteca. Alla ragazza dissi seccata: “Te l’avevo detto che era normale”.
“Senti, questo non solo non pare un palestinese, ma non mi pare manco tanto normale.”
E qui devo proprio spezzarla una lancia a favore dell’ex-emplare: una smandrappata con i capelli metà neri e metà blu, il corpo crivellato di piercing, solo due esami sul libretto e al quarto anno fuori corso, decretò che quel ragazzo non era normale solo perché si aspettava una specie di Terminator!

Tempo dopo l’arabo ricevette la visita di un suo caro cugino e conterraneo.
Poiché era un grande appassionato di calcio italiano, decidemmo di portarlo a vedere una partita della Nazionale, a Napoli.
Prima di metterci in auto, provai a spiegare con i gesti al cugino che sarebbe stato meglio lasciare a casa gli occhiali da sole Dolce&Gabbana appena comprati.
A Napoli non si sa mai.
Poichè il ragazzo sembrava non capire chiesi al mio ex di tradurre, ma anche lui parve sorpreso.
“Perché non dovrebbe metterli?”
“Perché magari glie li rubano, no?”
“Ma come fanno se lui li mette?”
“Così.” e sfilai gli occhiali dal nasone del parente, come avevo visto fare un paio volte ai ladruncoli napoletani.
Il piccoletto insorse
“Ma che dici?! Noi siamo palestinesi! Voglio vedere chi si permette di fare una cosa del genere a due palestinesi! Noi non abbiamo paura di nessuno, cosa credi? Basta che vedono la mia kefiah e nessuno si avvicina, ti faccio vedere. Tsè.”
Eccolo il Rambetto che scalpita. Avrei voluto dire che per quella categoria di persone la kefiah è solo una sciarpa bianca e nera. Ma non lo feci, tanto era inutile.
Lui fece segno al congiunto di mettere gli occhiali e si avviò tutto impettito. Due passi e incespicò.

Camminavamo sul suolo napoletano da meno di cinque minuti e accadde l’ovvio.
Due tizi su un motorino si fermarono accanto a noi e indirizzarono uno sguardo divertito all’occhialuto D&G.
Io mi ficcai al volo in un bar e, per restare in tema partenopeo, “chi s’è vist’, s’è vist’”. Dalla vetrina avevo una buona visuale e assistetti alla scena completa.
Quello alla guida dello scooter disse qualcosa all’incauto cugino, che chiaramente non capì e si voltò verso il mio ex. Lui balbettò qualcosa a volume zero e fece un passetto indietro.
I due “napulilli” lo ignorarono e beffardi sfilarono gli occhiali dalla faccia dello sprovveduto, esattamente come avevo predetto io.
Il derubato provò a reagire, ma dallo scooter partì una manata in fronte che lo stordì.
Finalmente il mio ex-emplare cominciò a pensare di avviare le procedure per fare qualcosa. E allora lo vidi che a ritmo di moviola si toglieva gli occhiali e si sfilava il relativo fodero dalla tasca per riporveli con cura. Ma il fodero disgraziatamente cadde. Quindi abbassati a terra, raccogli il fodero, aprilo a fatica che è difettoso, metti gli occhiali a posto, prima magari dai una pulitina alle lenti con il panno di daino, rimetti il fodero in tasca, no, non quella esterna, meglio quella interna, richiudi la lampo del giaccone che fa freddo. E adesso alza la testa e prova a mettere a fuoco la situazione.
La situazione era già bella e risolta. I mariuncielli stavano per allontanarsi con la refurtiva mentre il cugino li guardava attonito. Poi però lo scooter ritornò indietro e compì l’oltraggio. I due si avvicinano al mio ex, e quello seduto dietro, lesto come un gatto, gli sfilò la kefiah dal collo per poi agitarla in aria a mo’ di trofeo mentre l’altro dava gas.
Quartieri Spagnoli – Palestina: due a zero.
No. Non dovevo ridere. Non era proprio il caso di ridere. Non ridere! Non ridere! Vabbè dai, ridi adesso che non ti vedono.
Andai alla cassa e ordinai due caffé. Mi affacciai e chiamai i due polli ancora impietriti.
“Ragaaazzii! Il caffé”
A causa del mio tono leggero, pensarono che non avessi visto la scena e si ricomposero. La dignità non era persa del tutto.
Entrarono nel bar e presero il caffé in un silenzio sepolcrale. Per tutta la durata della partita e anche dopo, finsi di non accorgermi che ad entrambi mancava qualcosa.

Dopo la laurea il ragazzo tornò in Israele. Oggi è uno degli avvocati più bravi del Paese. Ma con quell’aspetto non deve essere stato facile. Una volta mi scrisse che era stato chiamato a difendere un uomo accusato ingiustamente di non so cosa. Prima di uscire di casa, nella concitazione, il neoavvocato di peluche si era infilato per sbaglio la giacca del fratello, uno spilungone.
Quando questa giacca che camminava entrò nell’aula colloqui del carcere, il suo cliente scoppiò in lacrime e urlò “Ma allora lasciatemi in cella! Che me lo fate a fare il processo?!?”.
Invece fu assolto con formula piena.

Comunque lo ripeto: questo ex-emplare è una brava persona, quindi non ho nessuna intenzione di prenderlo in giro.

sabato 2 gennaio 2010

Il Rambetto

Personalmente ho sempre disdegnato il tipo “Rambo”. I muscoli tutti venosi mi fanno un tantino senso. L’occhio sbieco mi disorienta e le turbe mentali causa passato difficile, mi stressano.
Però negli anni ho capito che molti uomini anelano a rassomigliare all’eroe di cui sopra. Non che se ne vadano in giro per montagne a torso nudo, con una fascia rossa in testa ad urlare “non ho fatto niente, non ho fatto niente…”. Questo no. Però in alcune occasioni li vedi scattare con una vena pulsante al collo, determinati a risolvere fisicamente la questione. Peccato che l’antagonista sia assente o non possa sentire. Ma questo per loro è solo un dettaglio.
Uno dei miei primi boyfriend era molto alto e abbastanza grosso, ma aveva l’agilità di un divano e ne era ben consapevole. Una volta gli raccontai di un tizio che aveva scherzato un po’ pesantemente con me e con le mie amiche sull’autobus. Lui, gonfio come una rana e tutto rosso in volto, cominciò a sibilare a denti stretti cosa avrebbe fatto a quel tipo se l’avesse avuto tra le mani.
Quella trasformazione in una specie di Hulk al pomodoro mi sconcertò un pochino, ma in un qualche modo mi sentii più protetta, al sicuro.
La sera successiva lo vidi, il tipo dell’autobus, e lo indicai al mio bisteccone.
“Eccolo, quello dell’autobus”
“Chi?”
“Quello che ha fatto lo scemo con noi, l’altro giorno!”
“Ma chi, quello lì?”
“Proprio lui!”
Il tizio non sembrava più pericoloso di un pinguino. Fatto sta che il mio divano ci pensò un po’su, poi fece un sorrisetto da essere superiore e concluse:
“Se non era perché ho la camicia nuova, lo facevo nero quel nanetto.”
Non che volessi scatenare una rissa, ma santo cielo un po’ di coerenza!

Dopo questo episodio capii come vanno le cose: ogni uomo ha un Rambetto dentro di sé, però in molti casi è come alcuni oggetti in una vetrina: solo per esposizione.


Tempo dopo, mi ritrovai ad assistere ad una scena anche peggiore, protagonisti sempre un ex-emplare ed una camicia. Ma l’antagonista del mio Rambo di turno non era un essere umano, bensì un cancello.
Eravamo in auto con me al volante. Passammo davanti ad una splendida villa disabitata, famosa per i giardini terrazzati che scendevano fin quasi a toccare il mare. La proprietà era cinta da mura piuttosto spesse. L’unico varco era un imponente cancello in ferro battuto.
“Quanto mi piacerebbe scavalcare quel cancello e vedere stì famosi giardini sul mare!”, dissi sognante.
Lui, fulgido e fiero, la buttò lì: “Io l’ho fatto.”
“No! Davvero? Hai scavalcato e sei entrato?”
“Sì, che ci vuole.”
“Ma dai! E com’è dentro?”
“Un paradiso. Sugli alberi si vedono anche gli scoiattoli”.
Inchiodai l’auto e feci un’inversione ad “U” da sequestro patente a vita, terrena e ultraterrena.
“Ma… ma che fai? Faremo tardi…”
“Voglio scavalcare quel cancello!”
Lui provò a dissuadermi, ma io ormai ero in preda alla sindrome di Candy Candy.
Saltai fuori dall’auto e mi appropinquai al mostro di ferro.
Era davvero maestoso, tutto fregi, volute e punte di lancia.
Un passato da piccola scavalcatrice folle mi aveva insegnato che i cancelli più sono lavorati e più sono accessibili. I peggiori sono quelli anonimi a sbarre verticali e parallele.
Un piede qua e una là, una mano lì e un'altra più su ed era fatta. In meno di un minuto ero dall’altra parte a correre lungo bellissimi viali alberati, con il naso in su a cercare gli scoiattoli.
Ad un certo punto mi fermai e mi resi conto che ero…sola!
Che fine aveva fatto quel contaballe!?
Dall’altra parte del cancello come un orango depresso allo zoo.
“Che fai ancora lì? Forza, vieni!”
“No, io l’ho già vista”.
“Avanti! Scavalca”
Più alzavo la mia voce, più si affievoliva la sua.
“Non fa niente, aspetto qui.”
“Ma che cavolo dici? Muoviti!”
“E’ che mi sembra un po’ alto…”
”Ma se l’hai già fatto, dai!”
“Sì, ma ero più allenato”
???
“Ma dai non vedi che io ci ho messo un attimo!”
Lui cominciò a sentire odore di figuraccia. Quindi sospirando si avvicinò alle sbarre.
Già dalla prima presa mi accorsi che quell’invertebrato non aveva mai scavalcato nemmeno il cancelletto di un pollaio.
Le dita erano molli e tremolanti.
“Ma mica c’avrai paura?”
“Macchè, ti ho detto che l’ho già fatto!”
“E allora vai!”
Con entrambe le mani disperatamente aggrappate alle sbarre, cominciò a pensare dove piazzare il piede destro. Niente da fare. Proprio non riusciva a sollevarsi. Decisi di aiutarlo, ma ormai nel mio videogioco mentale aveva già perso una vita. Non perché fosse legnoso come una sedia, poveraccio, ma perché a trent’anni suonati bisognerebbe smetterla con gli strambotti. Superflui, per di più.
“Avanti, metti il piede qui”.
Lui eseguì e si tirò su. Non era nemmeno a trenta centimetri da terra e tremava come un cellulare con vibrazione. Lo guidai in tutta la manovra finché non arrivò in cima e riuscì passare con una gamba dall’altra parte del cancello.
“E’ quasi fatta, su, adesso metti l’altro piede qui.”
Forse calcolai male le dimensioni perché questa volta il suo 44 si incastrò tra le due sbarre. Però a quel punto la distanza da terra era molto più alta e soprattutto il miserabile c’aveva una lancia di ferro che puntava minacciosamente verso le sue parti basse.
Provai a disincagliarlo, macchè. Quella dannata scarpa non voleva saperne di venir via.
Pareva proprio un manichino scagliato su quella cancellata da una tromba d’aria.
Cominciai a ridere prima in sordina, poi sempre più forte, finché dovetti sembrare una sadica pazza. Lui non aveva nemmeno la forza di dirlo, ma sono certa che in quel momento mi odiò con tutte le sue forze.
“Accidenti a te. E ora?”
“Uauauauauah!”
“Smettila di ridere cretina e aiutami!”
“Ma come hai fatto l’altra volta?”
“Quale volta?”
“Quella degli scoiattoli”
“Ma quali scoiattoli del cazzo… Fammi scendere di qui!!!”
“Aha, l’avevo capito che non era vero.”
“Fammi scendere ho detto!”
Mi guardai attorno e vidi un mucchio di vecchie tegole. Ne presi una e cominciai a dare colpi sulla scarpa per farla venir via.
“Ahia, ma sei pazza, mi fai male!”
Quella vocetta isterica ammazzò per sempre il Rambo sparafrottole di dieci minuti prima.
“Aò, sta scarpa non si muove, adesso te la slaccio. Cerca di sfilare il piede fuori”.
“Noooo!”
“Che no e no? Vuoi restare qui a vita?”
“Vabbè dai. Però mi sembra che ho il calzino un po’ bucato”
“Ma figurati!”
Figurati un corno. Hai perso un'altra vita, impedito.
Liberato dalla morsa, l’ex-emplare scavalcò verso l’esterno del cancello.
“Ma che fai? Rinunci?”
“Sì che rinuncio. Stavo per rimetterci gli zebedei per starti dietro!”
“Bah. Fai come vuoi, io faccio un giro. Aspettami in auto.”
“Dove vai?! Aiutami ad arrivare fin giù!”
“Ancora? Che pena che sei.”
“Vabbè vaffanculo, faccio da solo, tu vai a farti questo fottuto giro!”.
Quando tornai al cancello il campione non c’era più. In compenso c’era ancora la sua scarpa incastrata tra le sbarre e un brandello di camicia che pendeva tristemente da una punta.
Recuperai la scarpa ed entrai in auto.
Lui mi guardò truce e giuro che mi disse proprio così:
“Adesso a mia madre glie lo spieghi tu come mi si è strappata la camicia.”
Trent’anni suonati, signori.
Terza vita persa, game over.

lunedì 28 dicembre 2009

La protosuocera - parte prima -

Le feste natalizie sono anche il momento in cui le famiglie stanno più insieme. Ed è anche il momento che molti uomini scelgono per far conoscere la nuova fidanzata alla mamma.
Vedi per strada queste poverine tutte infiocchettate, fresche di parrucchiere e con l'immancabile stella di Natale in mano, con il volto pieno di speranza.
Mie care, se pensate di barattare un vegetale con un figlio, dimenticatelo.
Siete delle intruse, e basta. Dovete solo sperare che la mamma non vedeva l'ora di scrollarsi il ragazzo dal groppone. In quel caso resterete comunque delle intruse, ma nessuno vi tratterà mai male per paura che il pacco torni al mittente.

Alt! Fermi tutti. Non ho intenzione di sparare sul monumento nazionale italiano: la mamma. Ci mancherebbe altro. Mille benedizioni a tutte le mamme del mondo. Solo che a volte è l'accoppiata che non funziona. Quella di particolari madri con particolari figli maschi, intendo.
Ovviamente ai loro occhi è la migliore unione possibile, ma per chiunque altro è più sinistra del Krakatoa.

I miei ex-emplari fino ad ora descritti hanno diverse cose in comune. Me ne vengono in mente tre: me, questo blog ed una madre impossibile.
La mia prima protosuocera - così definisco le mamme dei miei ex, quelle mai diventate vere suocere, per fortuna - fu un trauma. Ma non volendo mi ha fatto un favore: mi ha preparata al peggio, e dopo di lei non ho mai più temuto niente e nessuno.

La prima domanda che la protosuocera mi fece dopo i convenevoli fu "che lavoro fai e quanto guadagni".
Andiamo bene. Per un attimo temetti che mi avrebbe chiesto se avevo calcolato quanto avrei preso di pensione.
Ogni volta che io e il figlio avevamo una discussione, mi convocava a corte e mi impartiva una lezione su come far stare tranquillo un uomo. Peccato che il suo l'avesse lasciata poco dopo il matrimonio.

Madre e figlio insieme, ai miei occhi erano rivoltanti. Si becchettavano, si sbaciucchiavano e si rigiravano come due fidanzatini.
Una volta io e lui eravamo al telefono impegnati in una sterile discussione notturna. Io stavo appunto dicendogli in malo modo che il suo rapporto con sua madre mi sembrava morboso e soffocante. E lui ribatteva:
"Ma cosa dici? Come ti permetti, io sono un uomo adulto e indipendente!"
A quel punto sentìi una voce assonnata che farfugliava alle sue spalle una roba del tipo: "Ciccì, non ti arrabbiare".
Per un attimo sperai che fosse a letto con un'amante. E invece no.
Ciccì mise la mano davanti alla cornetta e sussurrò: "Non ti preoccupare mamma, adesso dormi."
L'uomo adulto e indipendente dormiva nel lettone con mammà!

Una sera il mammome mi invitò a cena per festeggiare un traguardo professionale molto importante. Lui era raggiante e non faceva che autocompiacersi. Io glie lo lasciavo fare e nel frattempo mi dedicavo con gioia ad un magnifico astice imperiale.
Ad un certo punto si fermò, mi guardò con patos e mi disse con aria complice:
"Adesso mi manca una sola cosa per sentirmi davvero realizzato".
Oddio no, pensai, se questo tira fuori l'anello c'ho tutte le dita che sanno di crostaceo!
E invece annunciò: "devo solo comprare una pelliccia per mia madre".
Sulle prime provai un certo sollievo per la mancata proposta cui davvero non avrei saputo cosa rispondere. Poi feci il rewind.
"Una pelliccia per tua madre!?!"
"Sì, una di visone, lunga".
Il vongolone aveva la voce che gli tremava.
"Ma, scusa...in che senso?"
"Perchè una pelliccia così è un simbolo."
"Ma di cosa?"
"Come di cosa? Del fatto che dalla vita hai ottenuto qualcosa. E mia madre se lo merita".
"Non lo metto in dubbio. E il fatto che mia madre abbia una pelliccia di topo... di cosa è simbolo?"
"Quanto sei sciocca."
"Scusa, ma perchè proprio una pelliccia? Perchè non una crociera? O un orologio di Cartier? Le pellicce ormai sono out. Forse erano uno status negli anni 80. Ma adesso se le mette solo la Ripa di Meana per togliersele davanti a tutti e far vedere che sotto è nuda."
"Hai detto bene. Erano uno status negli anni 80. E mio padre ha lasciato mia madre nell'81. Questo non ti dice niente?"
Il mammozzo adesso sembrava quasi pericoloso con quel filino di bava alla bocca.
"Ok, ok. Compra stò visone a tua mamma".
Decisi di tacere perchè mi resi conto che a cena eravamo in tre: io, Ciccì ed Edipo. Ma per fortuna mezzo astice era ancora lì nel piatto che mi faceva l'occhietto.

Tempo dopo io e l'ex-emplare ci lasciammo. Lui la prese un po' male, anzi parecchio. Io invece mi preparavo a godermi una nuova vita mentre il mio cellulare squillò.
Era la mamma di Edipo! Mi invitava quella sera a cena per una "chiacchierata tra donne, senza uomini tra i piedi".
Accettai e andai a casa sua, chiedendomi se mi si vedeva molto il cappio alla gola. Dannata buona educazione.
L'ormai ex protosuocera fu affabile e gentile come non lo era mai stata. Durante tutta la cena insistette perchè bevessi vino, birra, spumante. E io continuavo a ripetere che sono astemia. Alla fine per levarmela di torno accettai un bicchierino di limoncello. Controllò attentamente che lo vuotassi, dopodichè si piazzò di fronte a me tipo giudice per le indagini preliminari.
"Su, adesso che siamo amiche me lo puoi dire, hai conosciuto un altro?"
Amiche? Ma chi ti conosce?
"No, signora, semplicemente io e suo figlio non andavamo d'accordo"
"Sì vabbè, io certe cose le capisco. Stai già con lui?"
Messaggio non ricevuto.
"No signora. Non l'ho lasciato per un altro. E'che non.."
"Pensi che sia scema? Mica si lascia uno come mio figlio, con la sua posizione, per stare da sole. Chi è, dài, un tuo collega?"
"Ma signora, per carità.."
Mentre lei mi si avvicinava sempre più, tipo megera dei Goonies, io udìi un leggero rumore alle mie spalle. Mi alzai di scatto e chiesi "cos'è stato?".
La pazza fece la faccia di Bernardo Provenzano. Una sfinge.
"Io non ho sentito niente".
"Io invece sì".
Uscìi dalla cucina, giusto in tempo per vedere un'ombra che si infilava in bagno e chiudeva la porta.
Santi numi. Quei due erano un'associazione a delinquere. Mentre la mamma cercava di farmi bere e poi confessare, Ciccì era dietro la porta ad origliare.
E se davvero avessi avuto un altro e lo avessi detto? Cosa avrebbero fatto? Mi avrebbero tagliata a pezzi e messa in freezer accanto ai bastoncini Findus?
Scappai da quella casa dicendo solo: "voi dovete farvi curare."
Mentre ero in ascensore potevo sentire la mefistofelica che urlava "voglio vedere dove lo trovi uno come mio figlio! Uno con la sua posizioneeeeee!".
Sì, la posizione del koala.

Ad oggi questo ex-emplare vive ancora con la mamma. Li ho visti non molto tempo fa che passeggiavano a braccetto ridendo e scherzando. Lei indossava una pelliccia di visone lunga, in perfetto stile anni 80. Anzi 81.

sabato 26 dicembre 2009

A proposito di regali

Tornando a noi e restando in tema "regali di Natale", ho deciso di prendermi una pausa dalle ferie per commentare questo post comparso su un noto forum e segnalatomi da una lettrice. Ne pubblico qualche stralcio:

Salve, sono nuova, vi scrivo perchè sono rimasta troppo male x un regalo ricevuto dal mio uomo (che non è solo mio perchè lui x il momento vive ancora con la moglie e i figli).
Io gli avevo chiesto un cucciolo di barboncino nano, e lui ieri mattina è arrivato in fretta e furia (aveva il cenone la sera con moglie e parenti vari ) con un meticcio di media taglia preso al canile.
Inizialmente non avevo capito che lo aveva preso al canile, ed è stata mia sorella a scoprirlo. A me questo cane non piace, e se una persona ti chiede un barboncino, se tu non vuoi spendere 600 euro, faresti meglio a non prendere nessun cane (...)

Ora, io non mi sento di badare al cane, mia sorella più piccola lo sta cercando di badare lei, ma non è che le vada tanto, e mia madre mi ha dato della scema a stare con un uomo di questo genere, che se ne sta con un piede in due scarpe da 2 anni.
Ora è anche una questione di principio. Lui il cane se lo deve portare via!! Voi come vi comportereste al posto mio?
Lo lascereste quest'uomo? e' inaffidabile un tipo del genere?
e perchè io che ho 29 anni devo stare con uno che vive con sua moglie, e poi a Natale mi fa i regali che vuole lui x non spendere?"
ciao e grazie.
Tintina


Dunque, di cose da dire riguardo questo post ce n'è un'infinità. Io sarei portata a cominciare dalla grammatica, ma lasciamo perdere e passiamo ad altro.
E' vero che ho suggerito di chiedere espressamente il regalo di Natale al proprio uomo, ma qui si scantona un po'.
Io immagino questa squinzia in reggicalze fucsia che in un momento un po' particolare chiede a questo pollo: "Amò, ma tu per me faresti qualsiasi cosa?"
E lui, più di là che di qua, che risponde "tutto, chiedimi tutto".
"Voglio il barboncino nano".
Il tizio deve aver pensato "Ma sì, un barboncino lo rimedio. Pure nano, magari costa meno".
Gli deve essere preso uno sturbo quando al negozio di animali gli hanno comunicato il prezzo della bestia.
"No, vabbè, magari ripasso".
Si è precipitato al canile, il misero, e ha agguantato il primo cucciolo, quanto meno bianco e un po' riccio. O forse chissà, gli ha fatto fare una permanente. Poi si è presentato sotto casa della Tintina, che è scesa tutta gongolante, e le ha consegnato la bestiola con tanti auguri e un po' di fretta perchè a casa la moglie aveva già calato gli spaghetti.
Immagino queste tre isteriche: Tintina, mamma e sorellina, che scoprono il fattaccio e prendono a inveire contro l'impostore, che nel frattempo aveva spento il cellulare, si era catapultato a comprare un profumo per la moglie e un'acqua di colonia per la suocera, e finalmente si era potuto tuffare negli spaghetti ai frutti di mare.

Ma insomma, cara Tintina, ti rendi conto che con 600 euro il poveraccio ci paga una rata del mutuo, o l'apparecchio per i denti della figlia, o l'abbonamento annuale per la palestra della moglie?
E poi, avessi chiesto un brillante, posso capire che il pezzotto irrita, ma dimmi un po' cos'ha un barboncino nano che manca a questo cucciolo. Tutti e due fanno cacca e pipì, tutti e due fanno baubau, e probabilmente il bastardino è un pelino più sveglio del barboncino nano, con tutto il rispetto.

Ma temo non sia questo il punto. Qui abbiamo una ventinovenne che pretende un pedigree con un cane vicino e un farlocco che prima le rifila un falso e poi, per restare in tema, si siede a tavola con la famiglia a festeggiare il Natale.
Abbiamo inoltre una madre che invece di zittire la figlia con due sganassoni, chiuderla in camera e buttare la chiave, se la prende con il pupazzo che tiene "un piede in due scarpe" (si dice due piedi in una scarpa, comunque). Ah, dimenticavo, abbiamo anche una sorellina che scopre la truffa e sbugiarda il povero cucciolo.

Tintina chiede un consiglio, ma mi sa che quello che ne ha davvero bisogno è proprio il cagnolino: forza cucciolo, non mollare. Resta in quella casa e non fartici schiodare nemmeno con la ruspa. Fai un po' di moine e occhi dolci. Quando quelle tre capiranno che sei l'unico maschio disposto a sopportarle, diventerai il padrone di casa incontrastato.

venerdì 25 dicembre 2009

Precisazione

Tra i tanti commenti positivi registrati, purtroppo alcuni miei post hanno anche urtato la suscettibilità di qualche lettore - uomo, suppongo.
Vorrei precisare - per chi non l'abbia capito (ma come si fa, mi chiedo?)che il tono di questo blog è assolutamente ironico, dunque non c'è spazio per commenti offensivi e polemici.
Poichè il blog è mio e ne faccio quel che voglio, ho la facoltà di non pubblicare quei commenti che si allontanano dallo spirito goliardico che lo caratterizza.
Dunque, se siete misogini, se siete stati appena scaricati, se non avete digerito il pranzo di Natale o vi è andato di traverso il panettone, girate alla larga da qui, perchè non vedrete mai pubblicati i vostri commenti.
Buonanotte e domani tenetevi leggeri, che è meglio.

martedì 22 dicembre 2009

ex-natalizio

Natale è alle porte e anche questo blog chiuderà per ferie. Ma non prima di aver dato il giusto spazio all'argomento "ex-fidanzati e regali di Natale".

Per una volta sono dalla parte degli uomini. O quasi. Uomo-regalo è un binomio che fa a cazzotti. Sono vicina a tutto il popolo maschile che la vigilia di Natale annaspa ancora tra robot da cucina e babydoll. Perchè, diciamolo, noi donne pretendiamo troppo. Ci aspettiamo che l'aver detto un mese fa "quanto mi piacciono le perle!" possa essere una buona traccia. E non ci vogliamo rendere conto del fatto che gli uomini hanno la memoria di un merluzzo.
Comunque io apprezzo la buona volontà. Quella sì. Quando c'è impegno e dedizione, non è il caso di fare una tragedia se ci si trova a scartare un'aspirabriciole. Chissà quante volte ci siamo lamentate del fatto che lui, mangiando in piedi, sparge briciole ovunque. Ha fatto due più due, il premio Nobel, e ha pensato all'aggeggio per zittirci. La sua logica ce l'ha. Certo, in alcuni casi anche lanciare l'aspirabriciole dalla finestra la sua logica ce l'ha. Soprattutto se l'anno scorso se ne è venuto con uno spremiagrumi e l'altro anno ancora con un levapelucchi.

Lo ribadisco, noi donne siamo troppo difficili, a volte proprio impossibili.
Una volta un mio amico mi chiese un consiglio e, capendo che era orientato sul casalingo, gli feci una lavata di testa su quanto le donne odino regali per la casa e lo indirizzai su qualcosa di più personale, intimo. Per l'appunto, il poverino scelse un completo intimo. Forse assecondò troppo le sue fantasie erotiche perchè la fidanzata glie lo scagliò contro urlando "per chi mi hai presa?".
Quando me lo raccontò non sapevo cosa dire. Alla fine conclusi "vabbè, magari per la Befana regalale la macchina spara-biscotti".

In ogni caso io ho sempre cercato di risolvere il problema alla radice. Poche volte a Natale sono stata fidanzata. E quelle poche volte le ho rimosse.
Ne ricordo soltanto una. Il mio ex-natalizio si ficcò la mano in tasca per estrarne il mio regalo, ma proprio non riusciva a tirarlo fuori. Più piccolo è meglio è, pensai. Ma il pacchetto di cartoncino color albicocca dimezzò le mie speranze.
Lo aprii e mi resi conto di aver bisogno di un paio di occhiali.
Mi parve di vedere un microbo appeso ad un'impalpabile catenina d'argento.
Adesso, dico, va bene che basta il pensiero, ma se il pensiero è generato dalla taccagneria, no che non va bene più. Anche perchè stiamo parlando di uno a cui i soldi non mancavano affatto.
"Carino" dissi fredda. Poi mi ricordai che per il suo regalo avevo speso una vera cifra, quindi aggiunsi sardonica: "Però sembra uscito dall'ovetto Kinder".
Lui si rabbuiò e precisò :"è fine".
"Su questo non c'è dubbio. Invisibile è l'aggettivo giusto".
Il tizio rincarò: "E' solo che sei abituata a portare cose più vistose".
"Appunto, ci sarà un motivo. Forse mi piacciono?"
"Può darsi, ma a me piace che la donna che sta accanto a me porti oggetti di questo genere".
Tutta l'aura sacra natalizia mi abbandonò e fui presa dai Turchi.
Non ricordo cosa gli dissi, ma ricordo la conclusione: "...quindi questo stagnetto da quattro euro e cinquanta te lo tieni e te lo conservi per la prossima donna che ti starà accanto."
Lui fece la faccia del coniglio stanato. Evidentemente avevo azzeccato in pieno la cifra. Il vigliacco decise di giocare l'ultima carta.
"Come ti permetti?! Questo è oro bianco e quello è un diamantino!"
Per qualche istante gli credetti e temetti di aver appena fatto la più clamorosa figuraccia della mia vita. Poi però vidi il cartoncino albicocca. Ma quale oro bianco e diamantino. Guardai bene la catenina e a gran fatica individuai il codice dell'argento impresso sul gancetto: 925. Ma poteva bastare anche solo guardare il color prugna delle sue guance.
E' incredibile quanto certi uomini, in apparenza rispettabili, siano capaci di rendersi miseri agli occhi di una donna.

Comunque ormai sono diventata troppo abile nel catalogare i regali natalizi:
regalo comprato il 24 dicembre alle ore 18, regalo comprato insieme alla mamma, regalo riciclato, regalo comprato sotto l'effetto di droghe... e sono giunta alla conclusione che il miglior regalo è quello che si chiede espressamente.
Una mia amica disse al ragazzo: "Voglio quella borsa di Hermes e pazienza se ti devi vendere la Vespa per comprarmela." Giuro che lui così fece.
Male per quelle ragazze che tengono alla sorpresa. Molto male.
Lo ripeto: uomo-regalo è un binomio che fa a cazzotti.
Rassegnatevi. A meno che non siate intenzionate a tirarli, i cazzotti, se il regalo non è quello giusto. Ma chi ve lo fa fare? Vi rovinate il Natale e anche le mani.

lunedì 21 dicembre 2009

Il poeta

Che sia chiaro: alcune donne ucciderebbero per un esemplare così. Ma altre no. E se sei del fronte del "NO", un poeta è più indigesto di un peperone ripieno.
Anche perchè ci sono poeti e poeti. Quelli autentici non sanno nemmeno di esserlo e mai si definirebbero così. Scrivono più per se stessi che per gli altri.

Il poeta di questo campionario invece è tutt'altra razza. Si autodefinisce "poeta" e già questo basta a farmi girare le scatole, anche perchè nella maggior parte dei casi lo fa perchè:
A) Vuole far colpo sulle ragazze
B) Non è soddisfatto della propria qualifica reale (dott., ing., rag., sig., ecc) e cerca di prenderne le distanze
C) E'un esaltato.

Tanto per cominciare il poeta ama fare citazioni. Diffidare sempre di chi cita Leopardi mentre si mette le dita nel naso, o cose simili.
Il poeta che ho conosciuto io era di un noioso letale.
Si definiva uno scapigliato, un dannato.
Scapigliato lo era perchè in testa c'aveva un pagliaio incolto e bisunto.
Era pure dannato: un dannato imbecille.

Quando andavamo a ballare, all'improvviso scompariva.
Lo ritrovavo sempre accucciato su un divanetto, come se lo avesse aggredito uno sciame di vespe.
"Che diamine ti prende!"
"Sto pensando alla vacuità della vita, al vuoto di questi giorni, all'effimero dell'esistenza, a te che balli e non ti rendi conto che la tua vita sta scorrendo.."
"Ho capito. Ma non ci puoi pensare in un altro momento?"
"Ogni momento è quello giusto"
"Sì, vabbè, Lavazza Crema e Gusto."

Una sera scese con "I fiori del male" sottobraccio. Io feci finta di niente sperando che fosse un'illuisione ottica. Ma lui mi disse con sorriso ispirato: "Stasera siamo in tre". "Ah, viene anche Vittorio?". Macchè.
"No, portiamo con noi anche Baudelaire".
"Sei sicuro, non lo vogliamo lasciare a casa, sai com'è l'età, fa freddo, poi non so se la birreria sia il suo genere..."
No, doveva venire con noi anche il povero Baudelaire.
Scelsi il tavolo più nascosto del locale e ordinai un boccale di birra alto quanto me.
Mentre il poeta mi leggeva versi ad alta voce, io pensavo alle popolazioni delle isole Vanuatu, all'effetto serra, al mio smalto, alle prossime vacanze, a cosa fare della tredicesima, ecc.ecc.
All'improvviso vidi entrare nel locale un gruppo di ragazzi tra cui uno che mi era sempre piaciuto. Mi sarei fatta impiccare piuttosto che farmi vedere in compagnia di un pupazzo incravattato che distruggeva Baudelaire in birreria.
Mi alzai di colpo dicendo "io ho caldo, mi avvio fuori". Barcollando raggiunsi l'uscita. Il ganzo mi vide e mi chiamò.
"Hei, ciao, sei da sola?"
"Emmm..Ciao! Io? Sì, cioè no.."
"Bevi qualcosa con noi?"
"Un'altra volta. Ora ho una questione da risolvere"
"Ma mica stai con quello lì?"
Il poeta era in piedi con il suo libro stretto alla giacchetta che si guardava intorno con aria smarrita.
"No, ma quando mai."
Mi catapultai fuori sbattendo prima contro una cameriera poi contro un tavolino.
Meglio essere presa per imbranata che per fidanzata di quell'ameba!

Il colpo di grazia il poeta se lo diede da solo quando dimenticò il suo cellulare nella mia borsa. Controllare il cellulare del proprio ragazzo è una cosa che non bisognerebbe fare. Ma che è meglio fare.
Tra i messaggi inviati, il mio nome era solo uno dei tanti. Quei penosi versi che inviava a me e che io subito cancellavo per l'imbarazzo di dover ammettere che il mio fidanzato era un ridicolo, li inviava anche ad ANNA, MARIKA, SERENA, GRAZIA...
Non si prendeva la briga di cambiare nemmeno una virgola.
Ma la cosa sconcia era che ANNA e company gli rispondevano con un coro di "che dolce che sei", "che belle parole", "sei unico", "grazie di esistere".

Quel cellulare era un'offesa:
1) a me
2) in un certo senso anche ad ANNA e company.
3) alla poesia (vera) e alla lingua italiana.

Pertanto doveva morire. Così scomparì per sempre nel bidone sotto il balcone di casa mia. Ma prima dell'omicidio mandò un sms a tutta la sua rubrica: "SONO UN FOTTUTO IDIOTA".